COCKTAIL: MARTINI

Il Martini è un esercizio di sottrazione. Più che un cocktail, è una linea netta: pochi elementi, nessun appiglio. Gin e vermouth si incontrano per misurarsi, non per fondersi. Tutto conta: temperatura, diluizione, gesto. Nel tempo ha cambiato forma senza perdere identità. Da più morbido a teso, quasi ascetico, è diventato il simbolo di un gusto che non cerca conforto. Il Martini non accoglie: dichiara.

La storia del martini:

Il Martini non nasce come un’icona. Diventa un’icona col tempo, quasi per sottrazione. È un cocktail che si è spogliato progressivamente di tutto ciò che non era essenziale, fino a restare una domanda aperta: quanto può essere semplice una bevanda prima di smettere di essere qualcosa?

Le sue origini sono incerte, e questa incertezza è parte del suo fascino. C’è chi lo fa risalire alla California di fine Ottocento, tra Martinez e San Francisco, chi a New York, chi a una lenta evoluzione di cocktail a base gin–vermouth diffusi nell’America pre-proibizionismo. All’inizio il Martini era più dolce, più aromatico, più vicino a un Manhattan bianco che a ciò che intendiamo oggi. Il vermouth era protagonista quanto il distillato. Il cocktail parlava ancora con accento europeo.
Poi qualcosa cambia. Con il Novecento, con la standardizzazione del gin secco, con l’idea moderna di “pulizia” gustativa, il Martini inizia a restringersi. Meno vermouth. Sempre meno. Fino a diventare, nelle versioni più estreme, un gesto simbolico: “rinse the glass with vermouth and discard”. A quel punto non è più una ricetta, è una dichiarazione di stile. Il Martini diventa un rito di precisione, di controllo, di freddezza elegante.
Ed è forse per questo che è diventato il cocktail del potere, del silenzio, della distanza. Non è conviviale. Non è indulgente. Non accoglie. È verticale, diretto, quasi ascetico. Un Martini ben fatto non consola: afferma.

E alla fine, ogni Martini è una presa di posizione. Non su cosa ti piace bere, ma su come scegli di stare al mondo, anche solo per il tempo di un bicchiere.

GLI ALTRI MARTINI:
Le curiosità attorno al Martini raccontano più le persone che il drink. Churchill che lo beveva “guardando verso la Francia”, come se il vermouth potesse attraversare il canale della Manica per osmosi. Hemingway che lo rende brutale e salino. Bond che lo vuole “shaken, not stirred”, scelta tecnicamente discutibile ma narrativamente perfetta: il Martini, ancora una volta, come gesto teatrale prima che come bevanda.

Le varianti nascono proprio da queste frizioni. Il Dry Martini è il punto di riferimento, ma non è l’origine. Il 50/50 Martini, metà gin, metà vermouth, è probabilmente più vicino ai primi Martini storici ed è oggi, paradossalmente, una scelta radicale. Il Wet Martini riporta il vermouth al centro, restituendo profondità aromatica e una bevibilità che molti hanno dimenticato. Il Gibson, con la cipollina, introduce una nota solforata che spezza l’algida linearità del cocktail. Il Vodka Martini non è un Martini “sbagliato”, è un’altra cosa: un esercizio di neutralità, una riduzione ulteriore del racconto aromatico.
Poi ci sono le deviazioni più concettuali: Martini con gin old tom, con vermouth ossidati, con salamoie, con distillati alternativi.

Forse il motivo per cui il Martini continua a ossessionarci è proprio questo. È un cocktail che non perdona. Ti obbliga a capire il gin, a capire il vermouth, a capire la diluizione, la temperatura, il vetro. Non puoi nasconderti dietro zucchero o agrumi. Sei tu, l’alcol, e una scelta.

E alla fine, ogni Martini è una presa di posizione. Non su cosa ti piace bere, ma su come scegli di stare al mondo, anche solo per il tempo di un bicchiere.

La ricetta del martini – IBA:

Coppa Martini

Senza ghiaccio

Mescolato

INGREDIENTI:

  • Gin: 60ml
  • Vermouth bianco secco: 10ml
  • Cubetti di ghiaccio 2x2cm: fino a riempire il mixing glass
  • Profumo o scorza di limone

PROCEDIMENTO:

  • Aggiungere tutti gli elementi all’interno di un mixing glass (o di uno shaker), preferibilmente in acciaio. Il metallo, rispetto al vetro, conduce meglio il freddo; il vetro, invece, tende ad assorbire più calore, aumentando la diluizione, a meno che non sia stato precedentemente raffreddato. Abbondare con il ghiaccio.
  • Mescolare per circa 20 secondi, accompagnando il ghiaccio senza frantumarlo, fino a ottenere la giusta temperatura e diluizione.
  • Spruzzare, esternamente al bicchiere, un leggero velo di profumo di limone oppure, in alternativa, passare o esprimere una scorza di limone attorno al bicchiere. In questo modo verranno rilasciati gli oli essenziali che, durante la bevuta, si depositeranno anche sulla mano. Portando il bicchiere alle labbra, il calore corporeo ne amplificherà il profumo, anticipando l’esperienza olfattiva del sorso.
  • Versare in una coppa martini precedentemente congelata.

GARNISH:
Nel rispetto della semplicità costruttiva del Martini, in una versione composta esclusivamente da gin e vermouth la scelta più coerente resta una scorza di limone, oppure una leggera spruzzata di profumo di limone. Se si desidera introdurre un ulteriore grado di complessità, la scorza può essere caramellata: in questo modo, agli aromi luminosi e canditi del limone si affiancano quelli dello zucchero caramellato oppure, se realizzata con miele, note più scure e nocciolate, vicine al toffee.

Virando invece verso un registro più balsamico, in dialogo diretto con i profumi del gin, si possono impiegare profumi molto leggeri al chiodo di garofano o al pino. Questi possono essere spruzzati direttamente sulla superficie del cocktail, nel bicchiere ancora vuoto, oppure all’esterno del bicchiere, in modo più marcato, sfruttando il calore della mano per favorire la diffusione aromatica verso il naso.
Sia i chiodi di garofano sia un piccolo rametto di pino giovane possono infine essere accostati visivamente al cocktail, a richiamo della loro presenza olfattiva. Il rametto, ad esempio, può essere servito in un piccolo vasetto o fissato al bordo del bicchiere con una molletta; i chiodi di garofano possono invece essere disposti in un cucchiaino o inseriti in una bustina da tè trasparente applicata al bicchiere.

Fonti
  • The Bartender’s Guide, Jerry Thomas.
  • Imbibe! David Wondrich.
  • The Savoy Cocktail Book, Harry Craddock.
  • Vintage Spirits and Forgotten Cocktails, Ted Haigh
  • The Oxford Companion to Spirits and Cocktails, David Wondrich e Noah Rothbaum.
  • On Food and Cooking, Harold McGee
  • Flavor, Elisabeth Guichard, Christian Salles, Martine Morzel, Anne-Marie Le Bon